Reine Weiblichkeit

“Und wir handeln somit”, sagte er, während seine Stimme schwankte und zuweilen gänzlich versagte, “im Dienst eines Ideals, der reinen Weiblichkeit. Ein alter französischer Philosoph hat gesagt: “Wenn es Gott nicht gibt, so müssen wir ihn erfinden.” Solches gilt auch für uns. Wenn es die reine Weiblichkeit nicht gibt, so müssen wir sie erschaffen. Darum stoßen wir den einen Teil der Frauen in den Abgrund und halten den anderen darüber in Unkenntnis, damit sie nicht durch ihr Mitgefühl angesteckt werden.

Die Rache der Engel von Tania Blixen

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Ci sono state cose che per brevi periodi ho desiderato con intensità tale da non riuscire a pensare a nient’altro. E proprio quest’intensità, più del fallimento stesso mi faceva molta paura. Quando aspettavo il tram e faceva freddo e diventavo impaziente mi dicevo: ora se desidero tanto ma proprio tanto che questo tram arrivi, come dal nulla esso comparirà. Chiudevo gli occhi e stringevo tutte le mie speranze in un pugno, ma niente. E allora provavo a distrarmi, pensa ad altro mi dicevo, comportati come se fossi qui per caso. In fondo non conta tanto se il tram passa o no, posso andare a piedi. Maldigerite delusioni vengono con contraindicazioni: oggi devo perderlo quel tram per chiedermi se lo stavo aspettando. ‘Hope is a dangerous thing for a woman like me.’

Orazio e la depressione

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Oggi pensavo a una mia insegnante di latino e greco delle superiori. Un giorno mi interrogò a latino su Orazio. Non potei aprire bocca perché non avevo studiato. Non sono mai stata brava a improvvisare e quando mi sento impreparata ad affrontare una situazione, non c’è santo che regga, arrossisco, tremo, balbetto e ammutolisco. Tutto alla mercé di tutti. Quel giorno, però su Orazio non ebbi niente ma proprio niente da dire. Mi mise quattro, che allora mi sembrò anche troppo. Poco male. Di fronte al suo attonimento mi permisi persino un sorriso di scherno. Come a dire: cosa credi che non sappia già che cosa mi vuoi dire? Credi, forse, che non me ne sia accorta prima di te di cosa stia succedendo? Non sono forse io la persona di cui stai parlando quasi mi conoscessi come le tue tasche? Proprio a me vuoi dire che c’è qualcosa che non va? C’è bisogno di usare tanta pompa, di muovere il viso a indignazione e gridare a delusione? Per un quattro in una fila di nove non c’è da fare tanto chiasso. E invece, per quanto cercassi di nasconderlo, le sue considerazioni non mi lasciarono indifferente. Il rimprovero pubblico metteva sotto gli occhi di tutti qualcosa che solo fiaccamente riuscivo ormai a nascondere: mi ero estraniata da tutto e non soltanto dall’idea che quel insegnante si era fatto di me. I miei pensieri da tempo ormai percorrevano un circuito chiuso da un polo chiamato “vorrei” a un altro chiamato “non sono in grado”. Non mi erano sfuggite tutte quelle volte in cui la professoressa scorrendo prima il registro e poi le nostre facce, e impietosita dal terrore che immagino fosse dipinto sul mio viso, mi rimandava all’ultimo gruppo di interrogati. In questo modo, forse, sperava di aiutarmi dandomi del tempo, ma il numero di brani da ricordare man mano aumentava insieme alla mia sensazione di ammucchiare fallimenti. Il primo brano mi sembrava di non averlo studiato a sufficienza, tanto da non presentarmi a scuola per timore di essere interrogata. E qui il primo fallimento. Il secondo brano lo studiai ancora meno perché c’era da recuperare il primo e, a fare anche il secondo, ci avrei impiegato una giornata intera perché mi serviva consultare un tale libro per approfondire un tale dettaglio che era riuscito ad infiammare la mia curiosità e che all’insegnante poteva anche non interessare ma senza il quale non mi sarei sentita padrona della situazione e men che meno pronta per un’interrogazione. In pochi mesi, il peso di ciò che sentivo di non sapere e di non poter fare con i risultati desiderati superava la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro. Da qui, dei libri non sapevo più cosa farmene. Per quanto mi preparassi, il giorno in cui tutti avrebbero smascherato l’inganno sembrava imminente. Quale inganno? Massì, il fatto che senza libri, senza aver studiato quella tale materia quel tale giorno, senza aver dato una risposta sensata a quella tale domanda, avrei potuto semplicemente essere invisibile.
L’insegnante non capiva come una persona con tanto potenziale scegliesse di buttare la sua vita all’aria. Persona con tanto potenziale. Scegliere. Ma cosa stai dicendo? Ma se mio padre mi dice che senza di lui, per quanto mi impegno, io non sono nessuno e che in quanto donna, non c’è neanche molto di che stupirsi. Consoliamoci però con l’idea che l’essere umano in quanto tale, in fondo, non sia altro che un verme che striscia nel fango per tutta la propria vita. Così si direbbe che mio padre sia ateo o giù di lì, in realtà è un ortodosso apocalittico cresciuto con idee indescrivibilmente tristi sulla natura umana.
Quel giorno fui tentata di chiederle aiuto. Ma non lo feci, temei che pensasse mi volessi giustificare, o peggio, che decidesse di riservarmi un trattamento speciale. Eppure non potevo studiare. Passavo giornate sui libri senza capire nulla. Avevo libri su letto, scrivania, scaffali della libreria, nella borsa per il tempo libero e persino sotto al cuscino quando mi addormentavo. Scendevo le scale e leggevo, attraversavo la strada e leggevo, facevo la fila e leggevo, intravedevo persone conosciute in lontananza e cambiavo direzione per evitare di essere interrotta. Studiare era però tutt’altra storia. Sedevo alla scrivania e dopo pochi minuti pensavo: io ora ci metto tutta la buona volontà ma sia questo libro che io sappiamo bene che non sarà mai abbastanza e che domani, di fronte al professore aprirò la bocca solo per consumare aria, dirò cose che non mi si conviene dire e nessuno, in definitiva, ne uscirà più saggio di prima. Dirò cose che non mi riguardano, userò parole non mie perché in fondo niente di ciò che faccio mi tocca più. D’altro canto, dire al professore ciò che vuole sentir dire è un metodo ben collaudato che frutta sempre buoni risultati: al professore si risparmia la fatica di capire da dove viene quel tuo preambolo cosi ampio e tu studente sai di aver fatto il tuo dovere. Ci sono colleghi che con acrimonia invidiabile prendono appunti su appunti per poi farsi interrogare e ripetere stesso contenuto, ordine e stile della spiegazione, come a confermare al docente che le sue riflessioni sulla tale questione siano imprescindibili per un’esauriente discussione del tema.
Il fatto di cercare un approccio personale allo studio compensava spesso la fatica non avere altro nella vita. Assorta nei libri dimenticavo mediocrità e noia, vivevo di vite non mie, e forse, mi incoraggiavo a pensare che la realtà fosse molto più ricca, sfaccettata di quello che appariva a un primo sguardo. Le persone, ad esempio, tendevo ad analizzare i loro dettagli: portamento, espressioni del viso, scelta delle parole e degli argomenti. Anche le persone in un certo senso le affrontavo come una storia che sei curioso di vedere come va a finire. Attacchi bottone con qualcuno, c’è un dettaglio che attira la tua attenzione e allora continui a leggere, a sfogliare in fretta, a interrogare esigendo la massima cura dei dettagli. Dentro le persone si celava non solo un finale ma una morale. Buona parte di me voleva sapere perché le persone vivono nel modo in cui vivono, ragionano nel modo in cui ragionano e in che misura tutto ciò mi potesse aiutare a capire me stessa. Spesso, tuttavia, piuttosto che a parole, interrogavo le persone con lo sguardo. Quando ridussi la mia vita sociale a pochi martiri, gli occhi degli sconosciuti assunsero una rilevanza spropositata. Di norma evitavo di incrociare gli sguardi privilegiando punti di osservazione strategici che mi permettessero di guardare senza essere guardata, e fissavo e pensavo. A ogni incrocio di sguardi si scatenava in me una fiumana di domande: chi sei? perché mi guardi? perché in questo preciso momento? perché in questo modo? c’è in me qualcosa che non va? lo vedi anche tu che sei un perfetto sconosciuto? Oppure non pensi a un bel niente, sei solo lì e non hai di meglio da fare che guardare la gente che ti capita sotto gli occhi. Anche tu sei deluso? Anche tu mi pensavi migliore di così? Beh ti sbagliavi. La mia presenza ti infastidisce? O forse non dovrei essere qui? Dimmi, dai, ti faccio pena. Sempre sola, sguardo basso, un po’ gobbuta, cammino anche un po’ strano. L’hai notato anche tu? E giacché ci sei, cosi su due piedi, vedi in me qualche segnale, piccolo indizio, lo so ti sto chiedendo troppo, ma concentrati un attimo, vedi qualche cosa che ti dica che un giorno uscirò da questo incubo? Che anch’io passeggerò dondolante a testa alta pensando a quanto siano incredibilmente lucenti i miei capelli oggi? Ti faccio un torto? La tua vita non è forse perfetta? Che problemi potrai mai avere tu? Ma che chiedo a fare, ho già i miei di problemi, dei tuoi non saprei cosa farmene. Come faccio a essere di una purchessia utilità a qualcuno se non so neanche cosa fare di me stessa. Conversazione conclusa. Come volevasi dimostrare. Ho ragione sempre io. A pensare cosa penso non sbaglio mai.
E ora, se potessi tornare indietro a quella interrogazione, vorrei essere in grado di rispondere: “Cara professoressa. Ci credo che Orazio nobiliti l’animo ma non mi dà conforto alcuno. Lei pizzica il mio orgoglio per accertare che da qualche parte esso palpiti ancora. Ma il suo voto non è tutto, anche se lei quello scarabocchio lo sublima a giudizio sulla persona. Perché per lei noi non siamo dei numeri. A onor del vero lei avrebbe iniziato a scrivere un diario su ciascuno di noi dalla nostra prima lezione insieme. E certe volte mi chiedo, cosa ci scrive mai in questo diario? Lei che ama il suono della propria voce più di quello di chiunque altro. Padrona nell’arte di modularla come a esprimere i sentimenti umani più alti, e viene da sé, anche inevitabilmente tragici. Lei che quando qualcuno le chiede perché una tal cosa è in un tal modo, lo liquida con qualche risposta stizzita, come a dire: “Cosa vuoi sapere di più di ciò che io non ti stia già dispensando? Come osi interrompere la mia spiegazione con delle domande stupide che ascolto da almeno trent’anni a questa parte?”
Vorrei rimproverarla ma in fondo so che questo non mi compete affatto, tanto più che nel corso degli anni alcuni dei miei amici hanno sofferto di depressione e io sono scappata come per evitare il contagio. Vigliacca lei, vigliacca io.

In praise of inconsistency

Life only avails, not the having lived.

Emerson, Self-reliance

I love this one because it makes me think that by the choices we make everyday we can succeed to unburden ourselves from our past.  What  happened to us or what we did yesterday does not have to determine who we are chosing to be today. Sticking to something we do not relate to anymore cannot make anyone happy. Given the fact that escaping responsibilities does rarely improve anyone’s life, I believe it is never too late to change our narrative and let go of the past. Our beloved ones will understand it sooner or later and probably our freedom will encourage them also to rethink their lives and pursue the version of themselves they really crave for.

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Warum die Welt nicht fair ist

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Schon lange vor dem Aufstieg Ägyptens zu einem mächtigen Pharaonenreich arbeiteten die Menschen mit Geschichten. Ja, das taten sie sogar schon vor der landwirtschaftlichen Revolution, vor Zehntausenden von Jahren. Sie erzählten sich Geschichten, um verschiedene Gruppen von Jägern und Sammlern zu einem Stamm zu vereinen und Regeln aufzustellen, die jedes Stammesmitglied befolgen musste. Geschichten haben die Menschen stark und mächtig gemacht. So mächtig, dass sie sich über die Tierwelt erheben konnten.
Löwen und Wölfe können zwar auch zusammenarbeiten, aber nur in ganz kleinen Gruppen. Du könntest niemals 1.000 Löwen dazu bringen, gemeinsam an einem Strang zu ziehen – denn Löwen können sich keine Geschichten erzählen. Wenn eine Geschichte jedoch 1.000 Menschen davon überzeugte, dass es sinnvoll war, einen Stamm zu gründen, dann war dieser Stamm sehr viel mächtiger als jedes Löwen- oder Wolfsrudel. Ein Menschenstamm, der durch eine gute Geschichte zusammengehalten wurde, war absolut unschlagbar.
Nach der landwirtschaftlichen Revolution erzählten Priester und Häuptlinge ihren Leuten Geschichten, um sie dazu zu bringen, hart zu arbeiten, Tempel zu bauen und Nachtwache zu schieben. Als Dörfer zu Städten und Stämme zu Königreichen anwuchsen, wurden auch die Geschichten größer. Kleine Stämme kamen noch mit kleinen Geschichten aus, aber um ein großes Königreich zu erschaffen, brauchtest du eine große Geschichte.
Dabei hatte jedes Königreich seine eigene Geschichte und diese Geschichte bildete die Grundlage für alle Regeln und Vorschriften. Wenn die Leute an die Geschichte glaubten, glaubten sie auch an den Sinn der Regeln. Dann befolgten sie sie – selbst wenn es ihnen Armut und Elend brachte. Und dadurch musste kein Soldat aufpassen und Strafen verhängen.

(…)
Aus dem Mund des Riesen
Außerhalb Ägyptens glaubten allerdings nur wenige Menschen an diese Geschichte – falls sie überhaupt je von ihr gehört hatten. »Eine Krokodil-Dämonin? Das Herz gegen eine Feder aufwiegen? Was ist denn das für ein Quatsch!«
Dafür hatten sie anderswo ihre eigenen Geschichten. Wenn zum Beispiel ein indischer Priester seinen Schülern die indischen Regeln beibringen wollte, erzählte er die Geschichte von den Göttern und dem Riesen.»Am Anfang gab es keine Menschen auf der Erde«, erzählte der Brahmane. »Selbst Mond und Sonne existierten noch nicht. Es gab nur einen einzelnen Riesen und der hieß Purusha.«
»Armer Riese«, bemerkte ein Junge. »Was muss der sich gelangweilt haben!«
»Ja, das hat er«, stimmte der Priester zu. »Und deshalb haben die Götter Purushas Körper in Einzelteile zerlegt – um die Welt ein bisschen interessanter zu machen. Aus Purushas einem Auge haben sie die Sonne gefertigt, aus seinem Gehirn den Mond. Auch Menschen sollten auf der Erde leben und deshalb formten die Götter eine erste Gruppe aus Purushas Mund. Das waren besonders schlaue, redegewandte Leute, richtige Experten im Geschichtenerzählen. Wisst ihr, wer diese Leute waren?«
»Ja!«, riefen die Jungs im Chor. »Die Brahmanen! Wir!«
»Stimmt«, lächelte der Priester. »Und wen haben die Götter aus Purushas muskulösen Armen erschaffen?«
»Die Krieger!«, schrien die Schüler.
»Und aus Purushas Oberschenkeln?«
»Die Händler und Bauern.«
»Wie schlau ihr doch seid! Ihr wisst ja schon alles! Zuletzt nahmen die Götter Purushas Füße, die zwei niedrigsten, schmutzigsten Körperteile, und machten ebenfalls Menschen daraus. Wisst ihr, welche?«
»Die Diener.«
»Richtig!«, strahlte der Priester, ganz selig, dass seine Schüler sich an die Geschichte erinnerten. »Aus den verschiedenen Körperteilen des Riesen wurden also verschiedene Menschengruppen geschaffen. Und weil jedes Körperteil eine andere Funktion hat, haben auch die Menschen unterschiedliche Aufgaben. Jedes Körperteil muss seinen ganz speziellen Job erledigen – und jeder Mensch ebenso. Was würde wohl mit euren Körpern passieren, wenn eure Füße auf einmal sagten: ›Wir haben keine Lust mehr zu laufen, wir wollen lieber reden‹? Oder wenn euer Magen sagt: ›Ich finde Verdauen langweilig, ich möchte jetzt mal etwas sehen‹?«
Die Schüler dachten nach. Sie waren sich nicht sicher. War das eine Fangfrage?
Schließlich antwortete der Schlaueste von ihnen: »Der Körper würde auseinanderfallen.«
»Richtig!«, rief der Priester. »Und genauso würde es auch einem Königreich gehen. Wenn die Bauern plötzlich aufhören würden, ihre Felder zu bestellen, und stattdessen anfingen, Geschichten zu erzählen, oder wenn die Müllsammler auf einmal Priester werden wollten, würde das Königreich in sich zusammenfallen. Und genau deshalb muss jeder seine Aufgabe erfüllen und damit zufrieden sein.«
Und danach erzählte der Priester seinen Schülern etwas noch Wichtigeres: »Nach eurem Tod werdet ihr als Babys wiedergeboren. Wie euer neues Leben wird, hängt allerdings davon ab, wie ihr euer altes Leben gelebt habt. Leute, die immer schön alle Regeln befolgen und ihre Arbeit ohne zu jammern erledigen, können ihre Position im nächsten Leben vielleicht verbessern.«
»Dann werden sie zum Beispiel Brahmanen?«, grinsten die Jungs.
»Ja. Aber selbst ein Diener kann im nächsten Leben als Brahmane wiedergeboren werden – solange er sich streng an die Regeln hält. Umgekehrt kann ein Brahmane, der die Regeln bricht, im nächsten Leben auf den Rang eines Dieners zurückfallen.«
Den Jungs verging das Grinsen. Sie hatten keine Lust, eines Tages Diener zu sein.
»Ihr seht also«, schloss der Priester, »dass alles sehr fair zugeht. Die Reichen und Mächtigen sind bloß für ihre vielen guten Taten im früheren Leben belohnt worden. Die armen Diener baden nur aus, was sie im vorigen Leben falsch gemacht haben. Sie sollten die Regeln besonders eifrig befolgen. Denn dann können sie in ihrem nächsten Leben vielleicht Brahmane werden.«
Diese Geschichte erzählten die Brahmanen nicht nur ihren Schülern, sondern allen, auch den Kriegern, Bauern und Dienern. Selbst den Unberührbaren. Und so glaubten die Inder tatsächlich – vielleicht mit Ausnahme einiger weniger Diener und Unberührbarer –, dass die Regeln gerecht waren und befolgt werden sollten. Selbst im heutigen Indien glauben manche Leute noch daran.Gibt es auch in deinem Land Geschichten, die als Grund für alle möglichen ungerechten Vorschriften herhalten müssen?

Eine wilde Geduld

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“Eine wilde Geduld”, wie die Dichterin Adrienne Rich sagt, ist vonnöten, um bei einer Liebe zu bleiben, wenn sie sich in ihrem Todesaspekt offenbart. Dazu gehört ein Herz, das willens ist, zu sterben und neu geboren zu werden, wieder zu sterben und wieder aus dem Totenreich aufzuerstehen, wieder und wieder und noch einmal von vorn. (…)

In einer fortgeschrittenen Liebesbeziehung wird im Laufe der Zeit alles, aber auch alles, was man zu sein glaubt, auseinandergenommen, abmontiert, inspiziert, entwirrt und schließlich, wenn man durchhält, noch einmal ordentlich durchgeknetet und dann erneuert. Das Ego wehrt sich dagegen, aber selbst das arbeitsscheuste Ego der Welt sieht irgendwann ein, dass es nicht anderes geht. Wenn die Sehnsucht nach Gefühlstiefe und Wahrheit größer wird als die Arroganz des Egos, fühlt sich die Psyche unwiderstehlich zu den fortgeschrittenen Phasen der Liebe hingezogen.

Und was wird abmontiert? Was stirbt? Außer den Illusionen und Erwartungen auch die Habgier, die alles sofort und möglichst gleichzeitig haben will, ebenso wie das Verlangen nach einer “immer nur guten, schönen, lustigen Zeit miteinander”. (…)

Wer liebt, tanzt mit dem Tod und lernt im Laufe der Zeit all seine Schritte. Vorwärts, rückwärts, seitwärts, Stolz, Verschlossenheit, Begierde, Leidenschaft, Langweile, Nähe, Ferne – alles in ständigem Wechsel in relativ dicht gedrängten Zyklen. Die Sehnsucht nach Nähe und nach mehr Abstand steigt auf und lässt wieder nach. Das Leben/Tod/Leben-Natur bringt uns nicht nur eine tänzerische Lebensweise bei, sie lehrt uns auch, dass wir alles Stolpern und Steckenbleiben vermeiden können, indem wir einen simplen Schritt in die entgegengesetzte Richtung tun. (…) Wer diese Vor und Zurück nicht als endlosen Tanz durch Tag und Nacht und alle Jahre versteht, neigt während der diversen Orchester- und Tanzpausen dazu, das Verlangen nach Reanimation zu extrovertieren und sich mit allerlei persönlichen Aktivitäten in Trab zu halten, zu viel Geld auszugeben, irgendeinen oberflächlichen Nervenkitzel zu provozieren, sich einen neuen Liebhaber zu angeln. (…) Zuerst glauben alle, dass dem Todesaspekt entkommen können, solange sie sich nur intensiv genug mit etwas anderem beschäftigen und nie allzu lange still stehen. Aber der Tod folgt uns in den letzten Iglu hinein, bis zum Nordpol und zum Südpol, und gewinnt Einlass in unser Bewusstsein, ob wir es wollen oder nicht.

Kitsch

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Der andere Weg, “das Geheimnis” zu erkennen, ist die Liebe. Liebe ist ein aktives Eindringen in den anderen, wobei das eigene Verlangen, ihn zu erkennen, durch die Vereinigung gestillt wird. Im Akt der Vereinigung erkenne ich dich, erkenne ich mich, erkenne ich alle die anderen, und ich “weiß” doch nichts. Ich erkenne auf die einzige Weise, in welcher dem Menschen Erkenntnis des Lebendigen möglich ist: im Erleben von Einheit – und nicht aufgrund des Wissens, das mir mein Verstand vermittelt. Der Sadismus ist vom Verlangen motiviert, das Geheimnis zu durchschauen, doch bleibe ich dabei so unwissend wie zuvor. Ich habe den anderen Glied um Glied auseinandergerissen, aber ich habe damit nur erreicht, ihn zu zerstören. Liebe ist der einzige Weg zur Erkenntnis, der im Akt der Vereinigung mein Verlangen stillt. Im Akt der Liebe, im Akt der Hingabe meiner selbst, entdecke ich mich selbst, entdecke ich uns beide, entdecke ich den Menschen.

Das Verlangen, uns selbst und underen Mitmenschen zu erkennen, drückt sich in der Inschrift des Apollotempels in Delphi aus: “Erkenne dich selbst.” Dieses Motto ist die treibende Kraft der gesamten Psychologie. Aber da in uns das Verlangen ist, alles über den Menschen zu wissen, sein innerstes Geheimnis zu erkennen, kann dieses Verlangen durch die gewöhnliche Verstandeserkenntnis allein niemals gestillt werden. Selbst wenn wir tausendmal mehr über uns wüssten, kömen wir doch nie auf den Grund. Wir blieben uns immer ein Rätsel, wie auch unsere Mitmenschen uns immer ein Rätsel bleiben würden. Der einzige Weg zur ganzer Erkenntnis ist der Akt der Liebe: Dieser Akt transzendiert alles Denken und alle Worte. Es ist der kühne Sprung in das Erleben von Einheit. Freilich ist das gedankliche Wissen, das heißt die psychologische Erkenntnis, eine unentbehrliche Voraussetzung für die volle Erkenntnis im Akt der Liebe. Ich muss den anderen und mich selbst objektiv kennen, um sehen zu können, wie er wirklich ist – oder besser gesagt, um Illusionen, das irrational entstellte Bild zu überwinden, das ich mir von ihm mache. Nur wenn ich einen anderen Menschen objektiv sehe, kann ich ihn im Akt der Liebe in seinem innersten Wesen erkennen. (Dies spielt bei der Bewertung der Psychologie in unserer heutigen westlichen Kultur eine wesentliche Rolle. Zwar spricht aus der großen Popularität der Psychologie zweifellos ein Interesse am Wissen um den Menschen, aber sie ist gleichzeitig ein Hinweis auf den grundsätzlichen Mangel an Liebe in den heutigen menschlichen Beziehungen. Das psychologische Erkennen wird zu einem Ersatz für das volle Erkennen im Akt der Liebe, anstatt nur ein Schritt zur Erkenntnis hin zu sein.)

Schreiben

Einer der Gründe, weshalb ich in den letzten Jahren wenig bis nichts geschrieben habe, ist darin zu finden, dass ich durch das Erlernen neuer Sprachen und Verlernen meiner Muttersprachen keine Instrumente mehr besitze, wodurch ich meine Gedanken auch nur zufriedenstellend ausdrucken kann.

Zudem bin ich nach wie vor mir nicht sicher, ob meine Gedanken schreibenswert sind. Es wird ja derzeit so viel und über so viele Kanäle geschrieben, dass ich durch meine Posts möglicherweise keinen neuen Beitrag leisten würde. Ich befürchte meinen Erwartungen, etwas Außergewöhnliches zu produzieren, gar nicht gerecht sein zu können.

Ein Freund von mir spielt Setar und weigert sich aus ählichen Gründen vor einem Publikum zu spielen. Wie wäre es aber, wenn es gar nicht darum ginge, außergewöhnlich gut zu sein? Vielleicht ist das Schreiben bzw. Spielen vor allem dafür da, das Bedurfnis, eine tiefe Verbindung mit anderen Menschen herzustellen, zu stillen. Wovor scheut sich man dabei eigentlich? Klar ist mir die Meinung anderer relativ wichtig: was ist wenn mein Deutsch scheiße ist oder niemand Interesse daran hat? Die Neugier wächst in mir aber stärker als die Angst vor dem Scheitern. Ich sehe nur Trümmer um mich herum und das ist ok.

“Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in”

Leonard Cohen – Anthem

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