Strindberg in Berlin by Robin Robertson

All the wrong turnings

that have brought me here –

debts, divorce, a court trial, and now

a forced exile in this city and this drinking cell,

Zum Schwarzen Ferkel, The Black Pidglet:

neither home nor hiding-place, just

another indignity,

just a different make of hell.

Outside, a world of people queuing

to stand in my light, and that sound

far in the distance, of my life

labouring to catch up.

I’ve now pulled out

every good tooth

in search of the one that was making me mad.

I squint at the flasks and alembics,

head like a wasps’s nest,

and pour myself three fingers and a fresh start.

A glass of acqua vitae, a straightener,

stiffener, a universal tincture – same again –

the great purifier, clarifier,

a steadying hand on the dancing hand,

– one more, if you wouldn’t mind –

bringer of spirit and the spirit of love;

the cleansing fire, turning lead

to gold, the dead back into life.

The Pole at the piano, of course;

Munch opposite me, his face

like a shirt done up wrong.

My fiancée in one corner, my lover in another,

merging, turning, as all women turn,

back into my daughters,

and I am swimming naked at night,

off the island, in the witch-fire of mareld light,

listening to the silence of the stars,

with my children beside me,

my beautiful lost children, in the swell

of the night, swimming beside me. (…)

Advertisements

Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (2)

Tags

,

Saffo: (…) Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.

Britomarti: E tu invidi costei?

Saffo: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.

Britomarti: Dunque accetti il destino?

Saffo: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

Britomarti: Tranne noi che sappiamo sorridere.

Saffo: Bella forza. È nel vostro destino. Ma che cosa significa?

Britomarti: Significa accettarsi e accettare.

Saffo: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

Britomarti: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.

 

Quote

Sfortunato quel Paese…

Tags

, ,

…che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Perché difetta di persone normali che fanno il loro mestiere “con professionalità”. E cerca personaggi carismatici da cui farsi guidare. Ciò che è successo a noi col capitano del Norman Atlantic.

Umberto Eco

Stampa e televisione hanno celebrato con soddisfazione l’esito del salvataggio del Norman Atlantic. Ci sono stati morti e dispersi, ma nel complesso le operazioni di soccorso sono state efficienti. In particolare i media si sono soffermati sul caso del comandante Argilio Giacomazzi che, dopo aver diretto le operazioni di soccorso a bordo, si è salvato per ultimo. Il caso non poteva che colpire, dato il precedente episodio di un “abominevole uomo delle navi”, ma in certi resoconti ha cominciato ad affiorare l’appellativo di “eroe”.

Non si può frenare l’enfasi dei media che, quando qualcuno ha affermato che non è d’accordo su qualcosa, si dice che “tuona”, come se fosse un Giove Olimpico. La gente più non “dice” o si trova nei pasticci, ma tuona ed è nell’occhio del ciclone (il che tra l’altro è un errore, perché nell’occhio del ciclone regna la calma, ma il pubblico va emozionato).

Ritorniamo al capitano Giacomazzi. So benissimo di dire cose in ritardo perché idee con cui concordo ha già espresso per esempio Luciano Canfora nel quotidiano online “Lettera 43” del 2 gennaio. Ma non sarà male tornare ancora sull’argomento. Il capitano Giacomazzi è sicuramente una degna persona (anche se fosse poi provato che aveva qualche corresponsabilità nelle origini dell’incidente) e si auspica che ogni capitano in futuro si comporti come lui. Ma non è un eroe: è un uomo che ha compiuto onestamente e senza viltà il suo dovere. È nelle regole d’ingaggio di un capitano che debba abbandonare la nave per ultimo e che questo dovere comporti certamente un pericolo, come è nelle regole d’ingaggio di un paracadutista che possa morire in un conflitto a fuoco.

Chi è un eroe? Se ci atteniamo alla teoria degli eroi di Carlyle, è eroe ogni grande uomo dotato di grande carisma che ha lasciato una impronta nella storia, e in tal senso sono eroi sia Shakespeare che Napoleone, indipendentemente dal fatto che eventualmente fossero (absit iniuria) dei gran paurosi. Ma dell’idea di Carlyle hanno fatto giustizia sia Tolstoj che, più tardi, gli storici della vita materiale, che hanno dato meno importanza ai grandi eventi e hanno studiato piuttosto le strutture economiche e sociali, o le tendenze collettive. Invece, se si va per dizionari ed enciclopedie, emerge sempre che un eroe è colui che compie un atto eccezionale, che non gli era richiesto, a rischio della propria vita, per giovare agli altri. Eroe era Salvo D’Acquisto: nessuno gli chiedeva di accollarsi una responsabilità non sua, e di andare davanti al plotone d’esecuzione per salvare gli abitanti del suo paesino; ma, al di là di ogni suo dovere, lo ha fatto, ed è morto. E per essere eroe non è necessario essere un soldato o un condottiero: è eroe chi a rischio della propria vita salva il bambino che sta annegando, o il compagno in miniera, o rinuncia a un tran-tran tranquillo in un ospedale in patria e va a rischiare la vita in Africa tra gli ammalati di Ebola. D’altra parte pare che lo stesso Giacomazzi, intervistato al suo ritorno, abbia detto: «Gli eroi non servono a niente, il pensiero è solo per le persone che non ci sono più». Un modo sensato per sfuggire alle santificazioni mediatiche.

Perchè per una persona, certamente dotata di coraggio e sangue freddo, che compie il proprio dovere, si parla di eroe? Brecht ci ricordava (nel suo “Galileo”) che sfortunato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Perché è sfortunato? Lo è perché difetta di persone normali che fanno quanto si erano impegnati a fare, in modo onesto, senza rubare o rifuggere dalle proprie responsabilità, e lo fanno (si dice banalmente oggi) “con professionalità”. Mancando di cittadini normali, un Paese cerca disperatamente un personaggio “eroico”, e distribuisce medaglie d’oro a destra e a manca.

Un Paese sfortunato è dunque quello in cui, nessuno sapendo più quale sia il suo dovere, cerca disperatamente un capopolo, a cui conferire carisma, e che gli ordini ciò che deve fare. Il che, se ben ricordo, era una idea espressa da Hitler in “Mein Kampf”.

Quote

tu non ami la realtà

D’altra parte tutte le situazioni del mondo presentano aspetti che noi vorremmo sopprimere e non possiamo. Non c’è mai una situazione che si presenti come essattamente lo vorremmo. Ma dovresti riflettere che gli aspetti sgradevoli delle situazioni sono anche quelle che ne confermano la originalità e il carattere, cioè la realtà molto diversa dai sogni e dagli ideali. Tu non ami la realtà; eppure è la sola cosa che vale la pena di considerare e di vivere.

Alberto Morante, “Quando verrai sarò quasi felice. Lettere a Elsa Morante”

Jocul îngerului de Carlos Ruiz Zafón

-Dar dumneata ce tot faci de citești atâta despre îngeri si demoni? Să nu-mi spui că esti un fost seminarist pocăit.

-Încerc să descopăr ce au în comun originile diferitelor religii și mituri, i-am explicat eu.

-Și până acum ce-ai aflat?

-Mai nimic. Nu vreau să te plictisesc cu “Doamne miluiește”.

-Nu mă plictisești. Spune.

Am ridicat din umeri.

-Păi, ce mi s-a părut mai interesant până acum este că majoritatea tuturor acestor credințe pornesc de la un fapt sau de la un personaj a cărui existență istorică se poate dovedi mai mult sau mai puțin, însă evoluează repedee ca mișcări sociale subordonate și guvernate de circumstanțele politice, economice și sociale ale grupului care le acceptă. Încă n-ai adormit?

Eulalia făcu semn că nu.

-O bună parte din mitologia care se dezvoltă in jurul fiecăreia dintre aceste doctrine, de la liturghie și până la norme și tabuuri, provine din birocrația generată pe măsură ce ele evoluează, și nu dn presupusul fapt supranatural de la care au pornit. Mare parte din anecdotele simple si cuminți, un amestec de bun-simț și folclor, precum și toată încărcătura beligerantă pe care ajung să dezvolte provin din interpretarea ulterioară a acestor principii, atunci când ele nu tind să-și piardă valabilitatea în mâna celor care le aplică. Aspectul administrativ și ierarhic pare să fie un aspect-cheie în evoluția lor. Adevărul le este revelat, in principiu, tuturor oamenilor, însă repede apar indivizi care își atribuie autoritatea și datoria de a interpreta, de a administra și, după caz, de a altera acest adevăr in numele binelui comun, iar în acest scop stabilesc o organizație puternică și potențial represivă. Acest fenomen, despre care biologia ne învață că îi este propriu oricărui grup social din lumea animală, nu întârzie să transforme doctrina într-un element de control și de luptă politică.

La paga del sabato di Beppe Fenoglio

Ecco là gli uomini che si chiudevano fra quattro mura per le otto migliori ore del giorno, tutti i giorni, e in queste otto ore nei caffè e negli sferisteri e sui mercati succedevano memorabili incontri d’uomini, donne forestiere scendevano dai treni, d’estate il fiume e d’inverno la collina nevosa. Ecco là i tipi che mai niente vedevano e tutto dovevano farsi raccontare, che dovevano chiedere permesso anche per andare a casa a veder morire loro padre o partorire loro moglie. E alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese, e un pizzico di cenere di quella che era stata la giornata.