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Oggi pensavo a una mia insegnante di latino e greco delle superiori. Un giorno mi interrogò a latino su Orazio. Non potei aprire bocca perché non avevo studiato. Non sono mai stata brava a improvvisare e quando mi sento impreparata ad affrontare una situazione, non c’è santo che regga, arrossisco, tremo, balbetto e ammutolisco. Tutto alla mercé di tutti. Quel giorno, però su Orazio non ebbi niente ma proprio niente da dire. Mi mise quattro, che allora mi sembrò anche troppo. Poco male. Di fronte al suo attonimento mi permisi persino un sorriso di scherno. Come a dire: cosa credi che non sappia già che cosa mi vuoi dire? Credi, forse, che non me ne sia accorta prima di te di cosa stia succedendo? Non sono forse io la persona di cui stai parlando quasi mi conoscessi come le tue tasche? Proprio a me vuoi dire che c’è qualcosa che non va? C’è bisogno di usare tanta pompa, di muovere il viso a indignazione e gridare a delusione? Per un quattro in una fila di nove non c’è da fare tanto chiasso. E invece, per quanto cercassi di nasconderlo, le sue considerazioni non mi lasciarono indifferente. Il rimprovero pubblico metteva sotto gli occhi di tutti qualcosa che solo fiaccamente riuscivo ormai a nascondere: mi ero estraniata da tutto e non soltanto dall’idea che quel insegnante si era fatto di me. I miei pensieri da tempo ormai percorrevano un circuito chiuso da un polo chiamato “vorrei” a un altro chiamato “non sono in grado”.  Non mi erano sfuggite tutte quelle volte in cui la professoressa scorrendo prima il registro e poi le nostre facce, e impietosita dal terrore che immagino fosse dipinto sul mio viso, mi rimandava all’ultimo gruppo di interrogati. In questo modo, forse, sperava di aiutarmi dandomi del tempo, ma il numero di brani da ricordare man mano aumentava insieme alla mia sensazione di ammucchiare fallimenti. Il primo brano mi sembrava di non averlo studiato a sufficienza, tanto da non presentarmi a scuola per timore di essere interrogata. E qui il primo fallimento. Il secondo brano lo studiai ancora meno perché c’era da recuperare il primo e, a fare anche il secondo, ci avrei impiegato una giornata intera perché mi serviva consultare un tale libro per approfondire un tale dettaglio che era riuscito ad infiammare la mia curiosità e che all’insegnante poteva anche non interessare ma senza il quale non mi sarei sentita padrona della situazione e men che meno pronta per un’interrogazione. In pochi mesi, il peso di ciò che sentivo di non sapere e di non poter fare con i risultati desiderati superava la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro. Da qui, dei libri non sapevo più cosa farmene. Per quanto mi preparassi, il giorno in cui tutti avrebbero smascherato l’inganno sembrava imminente. Quale inganno? Massì, il fatto che senza libri, senza aver studiato quella tale materia quel tale giorno, senza aver dato una risposta sensata a quella tale domanda, avrei potuto semplicemente essere invisibile.

L’insegnante non capiva come una persona con tanto potenziale scegliesse di buttare la sua vita all’aria. Persona con tanto potenziale. Scegliere. Ma cosa stai dicendo? Ma se mio padre mi dice che senza di lui, per quanto mi impegno, io non sono nessuno e che in quanto donna, non c’è neanche molto di che stupirsi. Consoliamoci però con l’idea che l’essere umano in quanto tale, in fondo, non sia altro che un verme che striscia nel fango per tutta la propria vita. Così si direbbe che mio padre sia ateo o giù di lì, in realtà è un ortodosso apocalittico cresciuto con idee indescrivibilmente tristi sulla natura umana.

Quel giorno fui tentata di chiederle aiuto. Ma non lo feci, temei che pensasse mi volessi giustificare, o peggio, che decidesse di riservarmi un trattamento speciale. Eppure non potevo studiare. Passavo giornate sui libri senza capire nulla. Avevo libri su letto, scrivania, scaffali della libreria, nella borsa per il tempo libero e persino sotto al cuscino quando mi addormentavo. Scendevo le scale e leggevo, attraversavo la strada e leggevo, facevo la fila e leggevo, intravedevo persone conosciute in lontananza e cambiavo direzione per evitare di essere interrotta. Studiare era però tutt’altra storia. Sedevo alla scrivania e dopo pochi minuti pensavo: io ora ci metto tutta la buona volontà ma sia questo libro che io sappiamo bene che non sarà mai abbastanza e che domani, di fronte al professore aprirò la bocca solo per consumare aria, dirò cose che non mi si conviene dire e nessuno, in definitiva, ne uscirà più saggio di prima. Dirò cose che non mi riguardano, userò parole non mie perché in fondo niente di ciò che faccio mi tocca più. D’altro canto, dire al professore ciò che vuole sentir dire è un metodo ben collaudato che frutta sempre buoni risultati: al professore si risparmia la fatica di capire da dove viene quel tuo preambolo cosi ampio e tu studente sai di aver fatto il tuo dovere. Ci sono colleghi che con acrimonia invidiabile prendono appunti su appunti per poi farsi interrogare e ripetere stesso contenuto, ordine e stile della spiegazione, come a confermare al docente che le sue riflessioni sulla tale questione siano imprescindibili per un’esauriente discussione del tema.

Il fatto di cercare un approccio personale allo studio compensava spesso la fatica non avere altro nella vita. Assorta nei libri dimenticavo mediocrità e noia, vivevo di vite non mie, e forse, mi incoraggiavo a pensare che la realtà fosse molto più ricca, sfaccettata di quello che appariva a un primo sguardo. Le persone, ad esempio, tendevo ad analizzare i loro dettagli: portamento, espressioni del viso, scelta delle parole e degli argomenti. Anche le persone in un certo senso le affrontavo come una storia che sei curioso di vedere come va a finire. Attacchi bottone con qualcuno, c’è un dettaglio che attira la tua attenzione e allora continui a leggere, a sfogliare in fretta, a interrogare esigendo la massima cura dei dettagli. Dentro le persone si celava non solo un finale ma una morale. Buona parte di me voleva sapere perché le persone vivono nel modo in cui vivono, ragionano nel modo in cui ragionano e in che misura tutto ciò mi potesse aiutare a capire me stessa. Spesso, tuttavia, piuttosto che a parole, interrogavo le persone con lo sguardo. Quando ridussi la mia vita sociale a pochi martiri, gli occhi degli sconosciuti assunsero una rilevanza spropositata. Di norma evitavo di incrociare gli sguardi privilegiando punti di osservazione strategici che mi permettessero di guardare senza essere guardata, e fissavo e pensavo. A ogni incrocio di sguardi si scatenava in me una fiumana di domande: chi sei? perché mi guardi? perché in questo preciso momento? perché in questo modo? c’è in me qualcosa che non va? lo vedi anche tu che sei un perfetto sconosciuto? Oppure non pensi a un bel niente, sei solo lì e non hai di meglio da fare che guardare la gente che ti capita sotto gli occhi. Anche tu sei deluso? Anche tu mi pensavi migliore di così? Beh ti sbagliavi. La mia presenza ti infastidisce? O forse non dovrei essere qui? Dimmi, dai, ti faccio pena. Sempre sola, sguardo basso, un po’ gobbuta, cammino anche un po’ strano. L’hai notato anche tu? E giacché ci sei, cosi su due piedi, vedi in me qualche segnale, piccolo indizio, lo so ti sto chiedendo troppo, ma concentrati un attimo, vedi qualche cosa che ti dica che un giorno uscirò da questo incubo? Che anch’io passeggerò dondolante a testa alta pensando a quanto siano incredibilmente lucenti i miei capelli oggi? Ti faccio un torto? La tua vita non è forse perfetta? Che problemi potrai mai avere tu? Ma che chiedo a fare, ho già i miei di problemi, dei tuoi non saprei cosa farmene. Come faccio a essere di una purchessia utilità a qualcuno se non so neanche cosa fare di me stessa. Conversazione conclusa. Come volevasi dimostrare. Ho ragione sempre io. A pensare cosa penso non sbaglio mai.

E ora, se potessi tornare indietro a quella interrogazione, vorrei essere in grado di rispondere: “Cara professoressa. Ci credo che Orazio nobiliti l’animo ma non mi dà conforto alcuno. Lei pizzica il mio orgoglio per accertare che da qualche parte esso palpiti ancora. Ma il suo voto non è tutto, anche se lei quello scarabocchio lo sublima a giudizio sulla persona. Perché per lei noi non siamo dei numeri. A onor del vero lei avrebbe iniziato a scrivere un diario su ciascuno di noi dalla nostra prima lezione insieme. E certe volte mi chiedo, cosa ci scrive mai in questo diario? Lei che ama il suono della propria voce più di quello di chiunque altro. Padrona nell’arte di modularla come a esprimere i sentimenti umani più alti, e viene da sé, anche inevitabilmente tragici. Lei che quando qualcuno le chiede perché una tal cosa è in un tal modo, lo liquida con qualche risposta stizzita, come a dire: “Cosa vuoi sapere di più di ciò che io non ti stia già dispensando? Come osi interrompere la mia spiegazione con delle domande stupide che ascolterò da almeno trent’anni a questa parte?”

Vorrei rimproverarla ma in fondo so che questo non mi compete affatto, tanto più che nel corso degli anni alcuni dei miei amici hanno sofferto di depressione e io sono scappata come per evitare il contagio.

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